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7,3

IL PERDONO (a cura di Annamaria Campobasso)

Direttore

Ian Gabriel

Stars

Arnold Vosloo, Zane Meas

Scrittore

Greg Latter

Produttore

Cindy Gabriel

Durata

1h 52min

Deals
EUR 9,87
Anno di produzione

2004

Tertius Coetzee è un ex-poliziotto che arriva nel villaggio di pescatori di Paternoster, nella regione del Western Cape, per incontrare la famiglia Grootboom, accompagnato dal parroco.

Ambientato in Sudafrica, a dieci anni dall’abolizione dell’apartheid, Il perdono è la storia di un cammino, quello travagliato di un uomo – l’ex poliziotto Tertius Coetzee – che ha preso pienamente e dolorosamente coscienza del dolore che ha seminato intorno a sé, delle ingiustizie di cui si è fatto artefice obbedendo agli ordini dei superiori. Un cammino fatto di due movimenti: uno in avanti, verso la famiglia del giovane che egli ha torturato ed ucciso e alla quale desidera di cuore chiedere il perdono; l’altro all’indietro, verso il passato, perché dal passato qualcuno deve pronunciare parole di perdono per lui. Lo dirà bene la mamma di Daniel – questo il nome della giovane vittima di Tertius Coetzee – e lo mette bene in evidenza lo sceneggiatore in una delle scene iniziali: Coetzee si sta recando in macchina a Paternoster , villaggio di pescatori sulla costa sud-occidentale del Sudafrica, e chiede ad una donna, seduta lungo la strada coperta di sabbia, dove sia il cimitero. Ella gli risponde: «Deve tornare da dove è venuto». Quasi a indicargli una discesa agli inferi, un inabissarsi nelle conseguenze del proprio peccato; nel dolore di sentirsi oggetto di disprezzo, innanzitutto del proprio disprezzo verso se stesso; il sentire su di sé il peso del giudizio non pronunciato del sacerdote al quale ha chiesto di essere una presenza di sostegno nell’incontro con la famiglia di Daniel Grootboom. E il ritorno continuo delle immagini delle torture…

Due cose ancora vorrei dirvi di questo film ad alto contenuto religioso, cristiano, per i tanti rimandi al Padre nostro, ma anche alle beatitudini evangeliche.

La prima. Proprio all’inizio siamo in macchina con Coetzee e vediamo, come capiterebbe a lui, di guardare la strada e lo specchietto retrovisore, dal quale pende un ciondolo, scelto non a caso. Usando il fermo-immagine possiamo vedere che si tratta di un san Cristoforo, il santo che, portando sulle spalle Gesù Bambino che ha in una mano la Terra, prende su di sé il peccato del mondo e protegge coloro che sono in viaggio, in cammino – di qualunque cammino si tratti: geografico o dell’anima.

La seconda cosa che vorrei dire è che, stranamente, la richiesta autentica di perdono da parte dell’ex poliziotto – scuotendo i precari equilibri con i quali la famiglia di Daniel ed i suoi amici contendono dolore e rabbia – fa luce su un mutismo, una paralisi dovuti a sensi di colpa, rancori che hanno bisogno di essere dissolti da un perdono reciprocamente chiesto, reciprocamente offerto.

Scene a volte statiche e l’uso del color seppia sono scelte artistiche e tecniche cinematografiche per raccontare il cuore dei personaggi. Il film, ricchissimo di spunti di riflessione su un tema molto attuale, procede con ritmo lento, ma non noioso, perché la vicenda si apre all’inatteso. L’uso del color seppia, che man mano scompare, e scene statiche come quadri risultano scelte tecniche ed artistiche efficaci per chi “legge” un film nella sua completezza.
Infine, bellissima la citazione finale, un pensiero di Desmond Tutu, che non vorrei trascrivere; desidero lasciare a Voi il piacere di leggerla e di commuovervi.

Postilla.
Dedicherei ancora qualche riga alla costituzione, in Sudafrica, della Commissione per la Verità e la Riconciliazione , nata dalla volontà di Nelson Mandela e del vescovo anglicano Desmond Tutu.

Dopo l’abolizione del regime di apartheid nel 1991 e dopo il referendum del 1992, col quale la maggioranza bianca si espresse a favore della possibilità di negoziare con l’African National Congress per la stesura di una nuova Costituzione per il Paese, la neonata Nazione doveva fare i conti col suo passato doloroso, disseminato di vittime torturate ed uccise e di criminali responsabili di gesti efferati. Si volle cercare una strada che desse veramente nuova vita al Sudafrica, che abbandonasse la logica della mera condanna che esclude il riscatto. Così, davanti a questo tribunale erano chiamati i carnefici ad ammettere i loro crimini; le vittime (se ancora in vita) e le famiglie delle vittime a raccontare le violenze subite. Alla fine del processo, solo i criminali autenticamente pentiti ottenevano l’amnistia.

È quanto è accaduto al protagonista del film Il perdono. Ma questo non gli bastava.

GUSTO:

Il film fa riflettere su un tema, il perdono appunto, che oso definire arduo, difficile da comprendere e accettare, poiché più facilmente siamo portati a vendicarci del male subito. E il perdono, invece, risana. Questa storia ce lo insegna.

 

– Annamaria Campobasso –

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